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Quel lento ritorno agli abbracci

Paolo Di Paolo Unsplash

Tra disagio e desiderio di intimità

E così ritorna il tempo degli abbracci. Non per tutti, non subito. Però, intanto, la frase più surreale fra tutte le frasi possibili - almeno, fra quelle che un uomo di governo possa rivolgere ai cittadini - è stata pronunciata: «Potete abbracciarvi di nuovo». Così ieri Boris Johnson ha annunciato agli inglesi ulteriori allentamenti delle restrizioni: permessi contatti «stretti e intimi». L' estate potrebbe insomma segnare la fine del distanziamento sociale nel Regno Unito. Ma rifare questo gesto così intimo, così umano - abbracciarsi - verrà naturale? Sarà semplice? Per le folle dei meno prudenti lo è già: i giovani che si accalcano nelle notti festose di Madrid o Barcellona per salutare la fine dello stato di emergenza, i tifosi su di giri o i "rivoltosi" anti-coprifuoco che nelle nostre città sfidano il pericolo e i divieti. I temerari e i timorosi, i fatalisti e i guardinghi: il paesaggio umano della ripresa sarà diviso a metà. E la convivenza tra le parti non sarà facile.

Mi ha colpito il racconto di Kate A., una giovane donna che - nel giorno delle riaperture a Londra - è salita su un treno per raggiungere il centro: «Con un certo nervosismo», ha confessato. È passato così tanto tempo. Non era del tutto sicura - ha detto - di ricordarsi come si sta con gli altri. Ecco, buona domanda: ce lo ricordiamo davvero come si sta con gli altri? L' impressione, a colpo d' occhio, è quella di un marcato squilibrio: gli eccessi di slancio, gli eccessi di zelo. L' irruenza, goffa, talvolta perfino prepotente, di chi rivuole indietro tutto. Il malessere di chi non riesce più a sentirsi a proprio agio nella folla. E un po' se ne vergogna: una fotografa ventinovenne, Shelby B., ha raccontato al Los Angeles Times che non vedeva l' ora di tornare alla normalità. Ma quando le restrizioni si sono allentate, è stata travolta dall' ansia. Sentendosi sbagliata. È riuscita a vedere gli amici solo all' aperto, e mantenendo le distanze. Ha ricevuto la prima dose di vaccino, ma questo non basta a farla sentire sicura. Non è ipocondriaca, dice, e nonostante questo non se la sente di accettare l' invito a una festa. «Forse è come la sindrome di Stoccolma, tranne per il fatto che il nostro sequestratore è un virus ».

Un sondaggio di un' associazione di psicologi statunitensi rileva che la metà degli americani non riesce a tornare con serenità alle abitudini della vita pre-pandemica. Una sorta di apprensione cronica, che non è facile mitigare. Potresti andare a mangiare fuori, ma non te la senti. Potresti andare al cinema, ma il pensiero ti affatica. Vedi una folla radunata in piazza, e ti allontani. Potresti abbracciare un amico, ma i muscoli sono come contratti. Due amiche che vivono in California, Madeleine B. e Jessica H., una volta vaccinate, si sono date un appuntamento in un parco pubblico solo per abbracciarsi. È stato strano: appena hanno riavvicinato i corpi si sono messe a urlare di gioia. Ridevano e piangevano. A differenza di Madeleine e Jessica, Ella S., medico di base a Pasadena, non si sente ancora sicura: dice che sostare in questa terra di mezzo tra l' attenuarsi della crisi sanitaria e la sua effettiva fine si è rivelato più faticoso del previsto: «Quando scomparirà la sensazione che la folla abbia torto? ».

La domanda non è trascurabile: ha a che vedere con le tappe di una lunga riabilitazione fisica ed emotiva - tappe differenti, non sincronizzabili, diverse per ciascuno. Non è lo stesso percorso per chi è stato toccato dal lutto, o dalla malattia, per chi ha perso il lavoro, per chi ha pesanti difficoltà economiche. Per chi vuole dimenticare tutto in fretta; per chi, al contrario, non ci riesce. E si arena nell' esitazione che rende innaturali le antiche abitudini. Vale perfino a scuola: il New York Times evoca la "school hesitancy", l' esitazione scolastica, per indicare la resistenza al ritorno in classe da parte di molti studenti americani e delle rispettive famiglie. Che nell' anno del Covid hanno costruito nuovi modelli organizzativi. E ora è difficile romperli. Abbiamo perso milioni di certezze: recuperarne anche solo un paio non è impresa da poco. E non gioverà il fronteggiarsi rabbioso di morali diverse, una guerra fra l' esercito dei gaudenti frettolosi e quello dei sobri attendisti. Lo sforzo collettivo di ricostruzione della comunità dopo un trauma, dopo la Grande Interruzione, sarà un esercizio quotidiano di attenzione: rispettare - mentre cade qualche limite "visibile" - anche i limiti invisibili. Trovare un punto di equilibrio fra la tua forte voglia di vivere e la mia di vivere piano. Tra gli abbracci legalizzati e i soli legali, che non sono mai quelli imposti. E non smettere di chiederci, come la ragazza sul treno per Londra, con opportuna perplessità, se sappiamo ancora stare con gli altri. (La Repubblica)

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