societa

Cammino, dunque sono

Duccio Demetrio Unsplash

Procedere a passi lenti e pensosi si rivela una sorta di osservatorio introspettivo 

Non appaia impertinente mutare il celebre motto di René Descartes ( Cogito ergo sum) con una dizione che attribuisce al nostro camminare il potere di accrescere la consapevolezza di essere al mondo. Molto più di quanto una visione tutta razionalistica dell'attività pensante sia in grado di offrirci. Quando il procedere a passi lenti e pensosi si rivela una sorta di "osservatorio" introspettivo viaggiante aperto ad ogni sorpresa e agli inevitabili imprevisti dell'esperienza. Per apprendere attraverso la propria corporeità in moto che è una forma mentis sensoriale: all'aria aperta, andando da qualche parte o non sapendo ancora dove l'impresa ci condurrà e quali siano i desideri inconsci che ci fanno optare per una strada piuttosto che per un'altra. Platone, nel Fedro, riteneva una saggia pratica filosofica, da coltivare come cura di sé, l'abitudine a sostare di quando in quando per dialogare "sull'uomo" in luoghi ameni; come pure per Aristotele la pedagogia e l'etica peripatetiche, di conseguenza nient' affatto sedentarie, avevano lo scopo di classificare, ordinare, conservare quanto durante il cammino fosse stato raccolto e scoperto. Consigli che ritroviamo nel romanticismo della prima metà dell'800: quando il filosofo danese Søren Kierkegaard, antesignano della corrente esistenzialistica cri- stiana, si augurava di: «Non perdere la voglia di camminare: perché io ogni giorno camminando raggiungo un autentico stato di benessere e di coscienza ». 

Più di centocinquant' anni dopo, l'antropologo David Le Breton confermava questa convinzione, rintracciandola in altri filosofi e pensatori del secolo dei Lumi come Voltaire, Rousseau, Schelling, Goethe. Più oltre, dallo studioso francese ritrovata anche nei "trascendentalisti" americani Ralph Emerson e David H. Thoreau. Egli scriveva nel 2006: «L'atto di camminare rappresenta il trionfo del corpo e dei sensi. Favorisce l'elaborazione di una filosofia elementare dell'esistenza. Soprattutto induce il viandante a interrogarsi su di sé». A scoprire che è il camminare, prima del cogito, ad aprirci al senso di esserci e di essere stati, di aver un cammino biografico alle spalle. Da ricostruire e scrivere magari proprio di sosta in sosta. Oggi, potremmo così emulare, come camminatrici e camminatori desiderosi di camminare con filosofia, le loro maniere di passeggiare, peregrinare, vagabondare. Possiamo così metterci nei panni dei filosofi della natura presocratici, o anche di Epicuro, di Plinio, di Seneca, riscoprendo il piacere ecologico di aggirarsi or qui or là. Oppure potremmo scoprirci peregrinanti audaci: ben decisi a raggiungere quei luoghi santi, oracolari o leggendari, le cui mete avranno il potere di educarci a rafforzare, a testimoniare, a diffondere la nostra fede. Al seguito delle correnti monastiche europee e d'Estremo Oriente, le cui scuole di meditazione in cammino testimoniano tuttora la grande importanza dell'esercizio del camminare come disciplina sacra per la psiche e l'ascolto del divino. Vagando alla ricerca di se stessi come cantavano sant' Agostino e san Francesco: «Come sogliono cantare i viandanti / canta ma cammina / cantando, consolati della fatica, non amare mai la pigrizia / canta e cammina / avanza, avanza nel bene! Canta e cammina». 

Quali siano le nostre credenze, il camminare ci mette alla prova sempre, sosteneva anche Friedrich Nietzsche in Ecce homo. E, di concerto, per il cattolico Gabriel Marcel chiunque può essere ritenuto viator in ogni momento della giornata anche soltanto fatti pochi passi. Se invece l'andatura assume il carattere di un andar vagabondo ecco che il nostro camminare non si prefiggerà di raggiungere traguardi agognati. Perché questi ci aspetteranno lungo la via, per il solo fatto di esserci messi in cammino. Il quale si rivelerà, strada facendo, una fonte inesauribile di episodi e incontri iniziatici, maturativi, formativi quale sia l'età dei viandanti. Ciò che conta è, procedendo o fermandosi di tanto in tanto, ascoltare nel silenzio cercato o inatteso l'eraclitea e lucreziana potenza del divenire ineluttabile: oppure, per altri, si tratterà di ritrovare la ripetitività delle cose, delle stagioni, dei destini umani nel loro "eterno ritorno": ancora con Nietzsche. Per altri ancora, saranno invece i sentimenti di elevazione e di miglioramento delle proprie condotte umane a costituire la motivazione che indurrà a scendere in strada per cercare quanto una stanza, fosse anche la più adatta a meditare, non può offrirci. Camminando a contatto con boschi, animali, paesaggi, montagne. si scopre di volta in volta quale può essere il proprio rinnovato cogito ergo sum. Perché preceduto e arricchito dalle percezioni immediate di un sentirsi vivi offertoci dalla mutevolezza dei luoghi. Inoltre scopriremo che simile camminare meditabondo si adempierà sotto l'egida di quel mito intramontabile del '900 che fu e sarà Bruce Chatwin, un autentico filosofo nomade. Per il quale il camminare fu «un'attività poetica - e aggiungiamo filosofica - che può guarire il mondo dai suoi mali». Ed anche i nostri. (Avvenire)

 

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