Lettere al direttore

L'estuario del dolore è la resurrezione

Redazione Pixabay

Caro Padre Enzo,

finalmente ho trovato il coraggio di scrivere quello che mi, anzi, ci è successo nella vita. L’ho trovato grazie alla bella pagina Facebook attraverso la quale lei ci saluta come faceva San Francesco e le posso assicurare che il pensiero e le riflessioni di ogni giorno sono proprio quello che mi serve per andare avanti. La mia storia, la nostra, mia e di mio marito, è iniziata tanti anni fa nel lontano 1971 quando ci siamo sposati e la nostra prima tappa del viaggio di nozze fu Assisi: non per caso ma per un debole, per una passione che già da ragazza mi legava al Santo.

I nostri figli portano come secondo nome Francesco e nel corso degli anni siamo venuti ad Assisi innumerevoli volte. Siamo stati sempre vicino alla Chiesa, abbiamo aiutato come volontari nella parrocchia per anni ed anni, mio marito ed io eravamo molto devoti alla Madonna delle Grazie. Abbiamo trascorso molti anni insieme, tra alti e bassi, come in tutte le coppie, poi lui si è ammalato di depressione in seguito alla perdita della madre (figlio unico) e per dei guai economici che ci aveva tenuti nascosti. Siamo corsi ai ripari, abbiamo con tanti sacrifici riparato il tutto, anche il figlio maggiore ci ha aiutato ad uscire da questo problema. Non è servito a nulla caro Padre nonostante si stesse curando ormai da 6 anni. Pensi che il 7 marzo 2018 eravamo ad Assisi sulla tomba di Francesco, primo banco a sinistra ed abbiamo partecipato alle preghiere dell’Ave alle 12 con tutti i frati intorno, una emozione indimenticabile. Quel giorno ci siamo abbonati anche alla Rivista che ricevo regolarmente. Per non dire che l’abbiamo conosciuta per il nostro 25° di matrimonio: eravamo ad Assisi ed abbiamo assistito alla Messa da lei celebrata. Quando l’abbiamo visto in tv abbiamo scoperto come si chiamasse quel giovane frate: Padre Enzo Fortunato!

Perché le racconto tutto questo come fosse uno della famiglia? Perché sento che con lei mi posso aprire, dire tutto il dolore che sento nel cuore, chiedere tutti i perché senza risposta. Mio marito si è suicidato il 15 luglio del 2018. Finalmente ce l’ho fatta scriverlo. Forse gli ho fatto pesare troppo alcuni aspetti, non so, mi sento sola e peccatrice, come una che predica bene e razzola male. È stato un grande lavoratore, non si è mai risparmiato una fatica per la famiglia.  Perché il Signore mi ha sottoposto ad una così grande prova che gli altri non possono comprendere, anche da chi mi è più vicino? Mi dicono che il tempo guarisce le ferite ma io so che questa sanguinerà sempre perché ci volevamo bene, eravamo sempre insieme, non facevamo nulla che non fosse condiviso e non riesco ad accettare questo gesto terribilmente lontano da Dio.

Perché non ha pensato almeno ai figli, al dolore straziante che avrebbe provocato? Non so se mai riuscirò a tornare ad Assisi, se ce la farò a ripercorrere quelle strade, ad entrare nella Basilica e scendere sulla tomba del Poverello senza mio marito. La mia vita è stata spezzata anche se mi faccio forte per non far soffrire i miei figli. Se ha tempo per rispondermi le sarei grata, preghi per me e che il Signore e San Francesco le diano tanto bene per tutto quello che fa.

Marina.

 

Carissima Marina,

il tempo del dolore è un tempo singolare e singolo. Ciascuno di noi ne ha una percezione diversa e

ognuno lo vive in un tempo che non è lo stesso.

Il dolore per la perdita di una persona cara, di un compagno di vita è poi uno di quelli più

difficilmente elaborabili. Il dolore diventa ancora più inspiegabile quando una persona che amiamo,

più della nostra stessa vita, decide di interromperla.

Le persone che compiono questo gesto spesso credono, attraverso questa azione, di liberare se

stessi e gli altri da un peso che non riescono più a sopportare.

Non possiamo accettare tale logica, ma proviamo a capirla per perdonare e per perdonarci.

Lasciati accompagnare sempre dalla Parola del Signore, potresti confrontarti ed affidarti ad un padre spirituale e vedrai che ti supporterà e si prenderà cura del tuo cammino. La tua storia, nelle diverse sfaccettature,  fa pensare al dolore dell’umanità e anche al dolore che ha attraversato la vita di Cristo. L’estuario evangelico fa confluire questo dolore nella luce della Resurrezione. E’ quella la luce che ci attende ed illumina. Il card. Ravasi in una meditazione ha sottolineato: Dio non ci guarisce dal dolore, ci sostiene nella sofferenza. Intanto ti dico semplicemente coraggio. Ti aspetto ad Assisi, per andare sulla tomba di Francesco e pregare perché interceda per te e per la tua famiglia. Affinché possiate avere presto il dono della pace. Non spezzare questo legame profondo che hai con questo posto da cui ti scrivo, è anche qui la tua forza. 

Intanto, ogni giorno, continuerò per te e per tanti altri a spezzare la parola di Dio.

Porto la tua storia nel cuore e nelle mie preghiere. 

Un abbraccio,

P. Enzo

 

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