fede

Quel credere che è connubio cuore-intelletto

Giuseppe Lorizio Pixabay

Quel nesso imprescindibile tra Verità e Carità

Il Codice Trivulziano (foglio 20v) contiene una celebre espressione di Leonardo da Vinci, del quale abbiamo appena celebrato il cinquecentenario dalla morte, che recita: «Ogni nostra cognizione principia dai sentimenti», suggerendo una prospettiva autenticamente erotica nella ricerca del Vero. Tale orizzonte non può considerarsi estraneo all' atto di fede o precluso alla sua dimensione soteriologica. In una visione moderna e, diremmo, neoscolastica del credere ha prevalso l' attenzione all' esercizio della conoscenza e della volontà, come si può facilmente notare nella costituzione dogmatica Dei Filius, del Vaticano I (che risale a centocinquant' anni or sono): «Essendo l' uomo, in tutto il suo essere, dipendente da Dio, suo Creatore e Signore, ed essendo la ragione creata completamente soggetta alla Verità increata, noi siamo tenuti a prestare con la fede il nostro pieno ossequio di mente e di volontà a Dio rivelante». Sarà il Vaticano II, con la Dei Verbum a includere l' affettività nella sua descrizione della fides qua creditur. 

Mentre a livello antropologico l' ultimo concilio riprende semplicemente la posizione di quello che lo ha preceduto, il tema del cuore e della dolcezza del consentire viene introdotto in chiave pneumatologica e, in quanto tale, trinitaria, rivolgendo l' attenzione al carattere teologale della virtù che giustifica. La teologia più recente ha, da parte sua, enfatizzato il mondo degli affetti, rischiando di cedere alla tentazione di una deriva emotiva e/o sentimentale nella descrizione del rapporto col soprannaturale, lasciando piuttosto in ombra la dimensione veritativa e quella etica, pur da includere nell' atto credente. In ogni caso, come ci ha insegnato il grande maestro Tomá pidlík (lo scorso anno 2019 ne abbiamo ricordato i cento anni dalla nascita), assumere le emozioni come punto di partenza nella vita spirituale comporta un tragitto alquanto periglioso: bisogna, infatti, che esse si trasformino in affetti, gli affetti in sentimenti e i sentimenti in legami. La prospettiva del Vaticano II ci consente il "passo indietro" (Schritt züruck) speculativo e teologico riconducente alla lezione rosminiana, che Giammaria Canu assume come pre-testo, per un' acuta e al tempo stesso suggestiva riflessione sulla dinamica salvifica della fede. 

Ed è proprio l' incontro/confronto col pensiero del grande Roveretano a consentirci di evitare una deriva emozionale e sentimentaloide dell' esperienza credente, accompagnandola con una profonda e radicale prospettiva speculativa, quella della metafisica agapico-erotica. Siamo così di fronte alla innegabile attualità di una riflessione, per altri versi decisamente inattuale. Allorché il Roveretano si volge indietro, nel tentativo di ricostruire il proprio percorso speculativo e descriverne i passaggi, pone in rilievo, in maniera inequivocabile, il nesso imprescindibile tra Verità e Carità, che caratterizza il suo pensiero e il suo vissuto umano ed ecclesiale. In quello scritto che si suole considerare l' autobiografia intellettuale del Rosmini, Degli studi dell' Autore, possiamo rinvenire pagine bellissime su questo argomento. La cosiddetta fase ideologica del suo itinerario filosofico viene sublimata e inclusa in una prospettiva sapienziale che non lascia spazio a equivoci sul suo modo di considerare il rapporto fede/ragione, filosofia/ teologia. (Avvenire)

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