fede

Lo stile accogliente di Gesù

Fra Domenico Paoletti Ansa - Elio Desiderio

Esempio supremo di accoglienza

Il grande tema-evento biblico dell’accoglienza trova il suo vertice e il suo paradigma nello stile di Gesù di Nazareth. Dai testi del NT risalta la considerazione, anzi la centralità riservata all’accoglienza. Molto rivelativo il fatto che l’accoglienza diventi anche criterio per la scelta dei ministri nella comunità cristiana, a partire dall’epískopos, come riferiscono le lettere pastorali (cf 1Tm 3,2; Tt 1,7-8); anche una vedova può esser iscritta nell’ordo viduarum solo se ha ben praticato l’accoglienza (1Tm 5,9-10). L’accoglienza è la prima espressione dell’agàpe come porta d’ingresso alla comunione, segno credibile e universale dei discepoli di Cristo: “da questo vi riconosceranno” (cf Gv 13,34-35). Esemplare il caso di Lidia, la neobattezzata di Filippi, che accoglie in casa Paolo e i suoi collaboratori (cf At 6, 14-15) come prima espressione concreta della fede ricevuta nel battesimo.  L’accoglienza-ospitalità è nota dominante nelle testimonianze scritturistiche neotestamentarie che raccomandano di essere “premurosi nell’ospitalità” (Rm 12,1 3). È proprio il superamento della xenofobía (la paura dello straniero, dell’altro) con la philoxenía (l’amore per lo straniero, per l’altro: per ogni altro, amico o nemico) lo stile del cristiano, e sarà la cifra di Francesco d’Assisi, dello stile fraterno accogliente rilanciato da papa Francesco nella sua ultima enciclica “Fratelli tutti”. 

È Gesù di Nazareth l’esempio supremo dell’accoglienza, e quindi della fede testimoniale cristiana che il “frate minore” Francesco contempla, segue e ripropone con il Propositum vitae: vivere “secondo la forma del santo Vangelo”, ossia secondo lo stile accogliente e ospitale di Gesù Cristo.  Il Verbo eterno del Padre si è fatto “ospite” dell’umanità, come si contempla nel prologo di Giovanni (Gv 1,1-18). La venuta dell’Emmanuele, del Dio con noi, è avvenuta innanzitutto grazie all’accoglienza di Maria e di Giuseppe.  Maria, la donna accogliente.  Maria è tutta accoglienza perché nessuno come lei ha accolto il Figlio di Dio. All’annuncio dell’angelo, Maria accoglie la Parola di Dio nel cuore e nel corpo. La prima accoglienza che risplende in Maria è quella del cuore e della mente, accoglienza silenziosa, dialogica, interrogante e di totale consegna (cf fiat). Accoglienza come apertura totale, disponibilità incondizionata, consegna di sé, fede viva e fiduciosa. In Maria l’accoglienza si fa riconoscenza delle grandi opere di Dio e accoglie l’oscurità della fede. 

Giuseppe, padre di tenerezza e dell’accoglienza, così lo presenta papa Francesco nella lettera apostolica Patris corde con cui ha indetto l’anno dedicato a lui. Lo sposo di Maria vive l’accoglienza, come richiede il realismo dell’amore se è vero, come è vero, che l’amore è sempre concreto. La vita che Giuseppe ci dischiude, spiega il papa, «non è una vita che spiega, ma una vita che accoglie». Giuseppe accoglie Maria e Colui che è concepito in lei, senza porre condizioni e senza pretendere nulla per sé, ma tutto dedito a prendersi cura di Maria e di Gesù, a donarsi. Gesù accolto e accogliente – Gesù è stato accolto da Maria e da Giuseppe, da Simeone che al Tempio lo accoglie neonato tra le sue braccia: “anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio” (Lc 2,28), e negli anni del suo ministero pubblico appare spesso come ospite accolto. Per esempio accoglie l’invito degli sposi a Cana (cf Gv 2,1-11); a Cafarnao è ospite di Simone e Andrea (cf Mc 1,29; 3,20); a Betania nella casa di Lazzaro, Marta e Maria (cf Lc 10, 38-42; Gv 12, 1-3); si reca a casa di Simone il fariseo al quale propone un modo originale di intendere l’ospitalità, come dono di amore ed esperienza di gratitudine (cf Lc 7, 36-50). 

Per Gesù l’ospitalità va offerta non in vista di una “restituzione”, ma all’insegna della gratuità, dando la precedenza a quelli che non possono contraccambiare. Questo elemento della gratuità, proprio dell’accoglienza evangelica, si ritrova accentuato in Francesco d’Assisi. La ricompensa è quella di essere già accolti, che Dio porterà a compimento alla risurrezione dei giusti (cf Lc 14, 12-14).

Nei Vangeli Gesù è sempre in movimento, e la sua accoglienza degli altri avviene ‘incontrando’, non ‘attendendo’ che le persone vadano a lui. Si autoinvita a casa di Zaccheo (Lc 19,5), si sposta da un villaggio all’altro della Galilea (Mc 1,38), si distacca dal modo consueto di praticare l’accoglienza in quanto non si limita alle persone “per bene”, ma va a mensa con tutti, ricchi e poveri, pubblicani e peccatori. Ascolta l’altro, ogni altro, in modo profondo e senza alcuna paura, utilizzando tutti i sensi: avverte la richiesta di aiuto dell’emorroissa, che lo ha semplicemente toccato (Mc 5,30), ascolta le richieste di chi confida in lui (Mc 1,40-41), dialoga con tutti: scribi, farisei, samaritani, stranieri, puri e impuri. Gesù non censura e non si censura mai. In Lui si vede come l’accoglienza generi fiducia e liberi il cuore da paure e autocentramento. 

Gesù non solo è accolto, ma accoglie la folla che lo segue, per la quale veramente “prepara una mensa” moltiplicando nella condivisione i pochi pani e pesci (cf Mc 6, 41-43). Si presenta forte della sua identità, perciò pronto a confrontarsi, a sedere a tavola con pubblicani e peccatori (Mt 9,10), fino al punto di provocare chi non sembra capace di farlo, annunciando che nel regno dei cieli i primi ad entrare saranno prostitute e pubblicani (Mt 21,31). Non ha paura di andare nei territori dei cananei e anzi si lascia cambiare da questi incontri (Mc 7,28): nei suoi programmi e, implicitamente, nell’autocoscienza messianica. Ma l’ascolto reciproco, il coraggio di presentarsi e di mettere l’altro nella possibilità di fare lo stesso, assumono un senso profondo proprio nella scelta di amare senza condizioni, di donarsi totalmente. Istituisce l’eucarestia mentre è a cena con dodici amici (che tutti, in un modo o nell’altro, lo abbandoneranno) e rivela definitivamente il volto di Dio non a un consesso di giusti, ma a un gruppo di carnefici che lo hanno messo in croce.

Totalmente accogliente verso tutti, Gesù sperimenta profondamente il rifiuto dell’accoglienza. Nei vangeli si incontrano diversi episodi di rifiuto, per es. da parte dei samaritani (cf Lc 9,51-56) o dei suoi compaesani a Nazareth (cf Mt 13,54-58; Mc 6,1-6; Lc 4,16-30). Giovanni lo ricorda all’inizio del suo vangelo: «venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1,11). Da qui l’importanza salvifica di accogliere Gesù: «A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Il Vangelo dell’accoglienza praticato e predicato da Gesù trova il suo centro e il suo vertice rivelativo nella pagina del giudizio universale (Mt 25, 31-46). È la carità, declinata nell’accoglienza come Egli stesso dice, ad essere criterio ultimo del giudizio: un passaggio tanto importante che ci ripromettiamo di ritornarci nel prossimo numero per una trattazione a parte.

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