cronaca

Dieci manifesti per Patrick Zaki

Domenico Marcella

È detenuto da quasi un anno in Egitto per il suo lavoro pro diritti umani

Un’esplosione di creatività – senza mai distruggere, far male e uccidere – può aprire squarci di riflessione. È meno noiosa di un comizio, e può essere l’antidoto più efficace al vuoto e alle minacce che incombono. Il messaggio dell’atto creativo è immediato, e contiene molte più idee. Nasce da questi nobili intenti Free Patrick Zaki, prisoner of conscience, l’edizione speciale del concorso internazionale di comunicazione sociale Poster For Tomorrow –  ideata da Amnesty International Italia, dal festival Conversazioni sul futuro (organizzato dell’associazione leccese Diffondiamo idee di valore) in collaborazione con il Festival dei Diritti Umani di Milano e Articolo 21 – dedicata a Patrick Zaki, lo studente dell’università Alma Mater Studiorum di Bologna (che patrocina l'iniziativa), detenuto da quasi un anno in Egitto per il suo lavoro in favore dei diritti umani.

«Collaboriamo da un po’ di anni con Poster for Tomorrow» ci dice Gabriella Morelli,  presidente della realtà associativa Diffondiamo idee di valore e promotrice della campagna di comunicazione in questione. «La pandemia in corso ci ha fatto sospendere l’organizzazione del festival Conversazioni sul futuro, ma senza perderci d’animo abbiamo deciso di mantenere la collaborazione. Davanti alla notizia dell’arresto di Patrick, perciò, ci siamo uniti di comune intesa per far sentire anche le nostre voci». 

L’imperativo categorico dell’iniziativa è la creatività. 

«Sì, abbiamo chiesto ai creativi di tutto il mondo di ideare un manifesto 50x70 attraverso il quale chiedere la liberazione di Patrick. Una qualificata giuria internazionale valuterà – fino al 28 gennaio – i poster ricevuti.  Ne selezioneremo dieci, che verranno affissi a partire dal 7 febbraio – anniversario del primo fermo e della convalida dell’arresto – a Bologna, Lecce e nelle altre città, luoghi pubblici e privati, che aderiranno all’iniziativa». 

La creatività ha l’incontenibile potere di diventare un megafono per sconvolgere gli schemi e veicolare messaggi importanti. 

«A volte sono proprio gli strumenti non convenzionali i più appropriati a lanciare dei messaggi. In questo caso, il manifesto è super-efficace perché a tutti può capitare di sostare davanti, e quindi di osservarlo e cominciare a riflettere. L’obiettivo del manifesto è proprio quello di esser appeso in strada con la funzione di essere letto. La creatività è stata da sempre al servizio di cause importanti, perché richiama le corde che sono a metà fra il cuore e il cervello delle persone».

Per ogni evento, ci sono gli hashtag.

«Esatto. Quelli a sostegno del concorso sono:  #FreePatrickZaki #freezakicontest #prisonerofconscience». 

L’energia umana che si sprigiona è sempre incoraggiante. 

«Sì, è vero. Credo, però, che nel caso di Patrick Zaki molti si siano immedesimati con naturalezza in questo studente brillante, affamato di sapere e curioso del mondo, che si è trovato in una situazione drammatica. Molti di noi, inevitabilmente, hanno pensato che la stessa sorte sarebbe potuta toccare a tanti altri giovani che vanno in giro a studiare e intraprendono scambi di crescita universitaria. È giusto unire le voci per una causa così importante, perché da soli non si va da nessuna parte. Dall’incontro e dall’unione nascono sempre cose belle e interessanti». 

Abbiamo tutti tutti l’obbligo di schierarci e di non restare indifferenti.

«Questo è un messaggio fondamentale, ma purtroppo non è sempre scontato. Abbracciare cause umanitarie, come quella a sostegno della liberazione di Patrick Zaki, richiama sempre il nostro privatissimo modo di pensare.  Bisognerebbe essere pronti a sentire la chiamata e contribuire a dar luce alle cause che rischiano di essere oscurate. Spesso crediamo di poter far poco, è vero; ma quel poco diventa sempre tanto, nel momento in cui ci mobilitiamo affinché qualcosa cambi in meglio». 

Contribuire a fondare una nuova civiltà basata su nuovi princìpi è un dovere di tutti. L’empatia, per esempio, dovrebbe essere alla base di questo progetto. 

«Sono d’accordo. L’empia è la grande scoperta di questo periodo. Bisogna mettersi nei panni degli altri, ma non soltanto per storie tristi. Occorre costantemente trovare anche tutti quei buoni motivi che ci uniscono. È un periodo complicato per tutti, ne siamo coscienti, ma insieme ce la faremo». 

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