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Massimiliano Strappetti, l'infermiere angelo che ha salvato il Papa

Virginia Piccolillo Corriere della Sera

L'impegno in corsia e per i senzatetto

«Mi ha salvato la vita un infermiere. Un uomo con molta esperienza». Dopo giorni di retroscena sulle sue reali condizioni di salute, successive all'intervento al colon del 4 luglio, papa Francesco, in un'intervista all'emittente spagnola Radio Cobe, ha ironizzato: «Sono salvo». Ma poi, più serio, ha voluto sottolineare gli effetti di un'intuizione che lo ha portato ad affrontare l'intervento per la stenosi diverticolare sintomatica del colon. Un suggerimento sulla base dell'analisi dei sintomi che è stato decisivo nell'indurre il Papa a sottoporsi a quella operazione, compiuta con successo al Policlinico, Agostino Gemelli di Roma, dal chirurgo Sergio Alfieri, nella quale venne deciso in corsa, in sala operatoria, il cambio di tecnica: passando da quella laparoscopica, con piccoli fori, a quella tradizionale con il taglio. «È la seconda volta nella mia vita che un infermiere mi salva la vita: la prima è stata nell'anno '57», ha aggiunto il Papa, alludendo a quando, a 21 anni, gli venne asportata una parte del polmone destro e una seminarista italiana, infermiera in Argentina, si oppose alla medicazione prevista.

A far da angelo custode al Papa prima, e dopo quell'intervento, Massimiliano Strappetti. Gentile, appassionato del suo lavoro, riservatissimo, nei corridoi del Vaticano in molti hanno riconosciuto in lui l'infermiere lodato dal Papa. Proprio lui era apparso accanto al Pontefice nella prima uscita pubblica, all'Angelus dell'11 luglio, assieme ai «piccoli amici» di Jorge Mario Bergoglio: i pazienti del reparto pediatrico di oncologia del Gemelli. Cinquantadue anni, padre e marito affettuoso, descritto da chi lo conosce come generoso e dedito agli altri anche al di fuori del suo lavoro. Un impegno nel volontariato che lo porta a prendersi cura di quegli ultimi tanto cari a papa Francesco. Quelli che vengono chiamati «barboni». In servizio alla Guardia medica del Vaticano, Strappetti è giunto dopo un percorso professionale al Gemelli. Per anni aveva lavorato in Rianimazione: un reparto cruciale e delicatissimo in cui la differenza tra la vita e la morte la può fare una semplice svista o un'intuizione felice. Poi è stato chiamato in Vaticano e ha prestato assistenza con papa Woytila e papa Ratzinger.

Schivo, discreto, Strappetti non fa accenno sui social a quei giorni che hanno lasciato col fiato sospeso, non solo i cattolici. Nel suo profilo Facebook, foto di familiari e qualche simbolo della Lazio, come l'Aquila o il vecchio allenatore Petkovic. Tra gli ultimi post, la scritta: «I vaccini non ti fanno ammalare di Covid», e la foto di un neonato affidato ai militari, oltre il filo spinato, da una mamma afghana: «Foto simbolo di un dolore immenso e della cattiveria umana». Il Papa che ha progettato per il prossimo 12 settembre un viaggio di 4 giorni a Budapest nell'udienza di venerdì scorso si è scusato di non poter parlare in piedi: «Sono ancora nel periodo post-operatorio e devo farlo da seduto». Nell'intervista a radio Cope, però, il pontefice ha tagliato corto replicando alle speculazioni sulle sue possibili dimissioni dicendo: «Quando un Papa è malato, si alza un vento o un uragano di Conclave». (Corriere della Sera)

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