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Arturo Mari, il fotografo dei papi che immortalò l'attentato a Wojtyla

Orazio La Rocca - La Repubblica Archivio Ansa

'Quando ho visto Giovanni Paolo II a terra ho scattato a ripetizione, non so chi mi ha dato la forza'

C'è stato un uomo, il fotografo pontificio Arturo Mari, che ha avuto la forza e la determinazione di documentare, attimo dopo attimo, l'attentato di papa Giovanni Paolo II, in piazza San Pietro il 13 maggio 1981, 40 anni fa. Di quei terribili momenti, restano immagini indelebili, attraverso foto passate alla storia, dall'esplosione del primo colpo per mano del terrorista turco Alì Agca che ferisce gravemente il Papa all'addome, fino alla folle corsa dell'ambulanza al Policlinico Gemelli di Roma, preceduta dai primi convulsi soccorsi al Pontefice tramortito fatti sulla papamobile dal segretario don Stanislao Dziwisz, l'attuale cardinale emerito di Cracovia, e dagli uomini della scorta. È anche grazie al quelle foto che la sanguinosa Via Crucis del 13 maggio '81 vissuta da papa Wojtyla sarà sempre di sorprendente attualità, sorta di monito a futura memoria.

“Non so nemmeno io come ho fatto a fare quelle foto. Solo una manciata di minuti di frenetici scatti fotografici che mi hanno segnato nell'animo e che non ho mai più dimenticato”, racconta oggi Mari , 81 anni, responsabile del servizio fotografico papale dal 1956, quasi 60 anni di lavoro svolto come un'ombra di ben 7 Papi, da Pio XII a papa Francesco, prima di andare in pensione, documentando i momenti più significativi dei loro pontificati, pubblici e privati.

Arturo Mari, l'attentato a Giovanni Paolo II in piazza San Pietro di 40 anni fa non è stato un servizio fotografico come tanti altri...

“Purtroppo sì. Quel servizio fotografico del pomeriggio del 13 maggio 1981 è stato sicuramente il più drammatico, il più imprevedibile, che non riesco a dimenticare. Mai un pontefice era stato oggetto di un attentato nel colonnato berniniano di piazza San Pietro, per di più in mezzo a migliaia di pellegrini arrivati per l'udienza pubblica in un clima di festa e di preghiera. Non ero preparato a fissare quelle scene con la mia macchina fotografica. Eppure in qualche modo ci sono riuscito”.

Ma come ha fatto, in quei momenti tanto convulsi e drammatici, a restare “freddo”, apparentemente distaccato, e ad avere la forza di scattare fotografie a ripetizione, non con una macchina fotografica digitale, ma caricabile con i vecchi rollini, e con mano ferma e occhio attento a documentare il dramma in corso?

“Onestamente non lo so. Ancora oggi me lo chiedo. Col mio lavoro di fotografo ho servito tanti papi a partire da Pio XII. Ma con Giovanni Paolo II ho sempre avuto un bellissimo rapporto di amicizia filiale, fin dai tempi del Concilio Vaticano II a cui partecipò come vescovo. Mi onorava della sua amicizia e, come sempre, anche quel giorno lo seguivo come un amico, contento di vedere come era felice in mezzo a tanti fedeli che lo acclamavano festanti”.

Un momento di festa rotto da due sinistri colpi di pistola sparati col chiaro intento di ammazzare il Papa in mezzo alla sua gente.

“Quando l'ho visto colpito, don Stanislao Dziwisz, il suo segretario, lo sosteneva tra le braccia per non farlo cadere: io seguivo a piedi la papamobile che procedeva a passo d'uomo. Istintivamente una forza interna mi ha spinto a non fermarmi, guidandomi a mia insaputa nel mio lavoro di cronista fotografico. Non ho pensato a nient'altro. Dovevo documentare tutto. E' stato come se qualcuno mi avesse spinto a fermare con le mie immagini forse uno dei momenti più bui della Chiesa, del Papato, col drammatico ferimento del mio amico Karol”.

Difficile, forse impossibile in quei momenti restare calmi e freddi per poter fare un servizio fotografico assolutamente imprevisto.

“L'ho fatto come una sorta di automa, con apparente freddezza, senza avere il tempo di pensare ad altro o a farmi travolgere dalla paura, anche quando la jeep bianca ha accelerato. Ancora oggi non riesco a capire chi mi ha dato tanta forza per fare quello che ho fatto quel giorno”.

Lei, Mari, è tra i pochi che vede il Papa adagiato a terra, nell'androne del Servizio sanitario pontificio, dentro il Vaticano, mentre il professor Buzzonetti, il medico pontificio, fa il primissimo intervento. Ma non scatta foto. Perchè?

“In quel momento ero accanto al Santo Padre solo come amico. Non come fotografo. L'ho visto sofferente, ma sempre lucido, senza mai perdere i sensi, rispondere alle sollecitazioni del medico. Dalla sua bocca gli usciva solo una debole frase: 'Madonna mia non mi abbandonare, aiutami, assistimi!'. E così è stato”

Dopo l'attentato quando ha rivisto Giovanni Paolo II?

“Dopo 3 giorni dall'attentato, gli ho fatto la prima visita nella sua stanza al Policlinico Gemelli quando ancora era a letto. Il Papa, che già aveva perdonato il suo attentatore, mi accolse con un sorriso, dicendomi, tra l'altro, 'visto, caro Arturo, la Madonna ci ha salvati...La ringrazio. Come non condividerlo?”.

Orazio La Rocca - Repubblica

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