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A Lesbo le vacanze solidali in sostegno dei profughi

Mario Scelzo Mario Scelzo

“Hello teacher”, è il saluto che mi porto dietro dalla esperienza che ho da poco compiuto, le “vacanze solidali” organizzate dalla Comunità di Sant’Egidio sull’isola greca di Lesbo a sostegno dei profughi “ospiti” nel campo profughi di Mavrouvoni. Personalmente, ho passato molto del mio tempo come insegnante della “Scuola della Pace”, uno spazio di socializzazione e spensieratezza, di gioco e di condivisione, pensato per i tanti bambini a cui di fatto viene negato il diritto allo studio: una imponente tenda rossa a proteggerci dal caldo sole greco, quaderni, colori, aquiloni, e le voci gioiose e chiassose (a volte anche qualche urlo da parte del teacher…), di tanti bambini, prevalentemente afghani o siriani.

Il campo di Mavrouvoni, aperto nel settembre 2020 dopo l’incendio del grande campo di Moria e tuttora in fase di ampliamento, ospita attualmente circa 4.200 profughi, prevalentemente afghani o siriani, in minor parte provenienti dal Corno d’Africa. Centri del genere (finanziati dall’Unione Europea, che ha recentemente versato alla Grecia un contributo di 272 mln di euro per le spese di accoglienza) nascono come strutture temporanee in attesa che la domanda di asilo presentata all’arrivo dai migranti segua il suo corso: per questo, ad esempio, ai minori (il 23 per cento della popolazione dei campi di tutte le isole dell’Egeo Settentrionale, la maggior parte con meno di dodici anni) non viene garantito il diritto di frequentare la scuola pubblica. Ma spesso la pratica dura mesi, se non anni, e per molti il tempo dell’incertezza diventa tempo di disperazione. Anche perché la maggior parte delle domande viene respinta e, in caso di una risposta negativa anche in appello, si finisce nella lista delle persone da riportare in Turchia.

Dall’inizio del 2021 sono 1.498 le persone sbarcate sulle isole dell’Egeo Settentrionale, di cui 1.112 a Lesbo: un calo drastico, visto che nei due anni precedenti ne erano arrivate oltre 50mila. Ho visto in questi giorni con i miei occhi le navi di Frontex “proteggere” le coste greche dall’arrivo dei migranti (da molti punti dell’isola la Turchia si vede ad occhio nudo, col mare calmo si ha l’impressione di poterla raggiungere a nuoto) ma, lo ricordo, a fermare i migranti ci pensa già Erdogan, in virtù di un “accordo sui flussi” siglato nel 2016 con l’Unione Europea. Sono arrivato a Lesbo grossomodo in concomitanza con la caduta di Kabul e durante i drammatici giorni dell’evacuazione dell’aeroporto, ed ovviamente tutte le famiglie afghane che abbiamo incontrato vivevano con angoscia e preoccupazione queste giornate, cercando in tutti i modi di contattare uno zio, un fratello, un cugino in fuga dal regime dei Talebani. “Afghanistan” è morto, ci ha detto sconsolato uno dei nostri ospiti al “Ristorante dell’Amicizia”, uno spazio aperto tutti i pomeriggi nel quale appunto insieme agli altri volontari di Sant’Egidio servivamo un pasto abbondante a chi ne aveva bisogno, accompagnando il tutto con una parola amica ed un sorriso.

Veniamo al nostro lavoro: la scuola della pace, il ristorante dell’amicizia, la scuola di inglese, le gite coi minori delle case famiglia (i minori non accompagnati appunto non sono ospiti del campo ma vengono accolti in comunità protette), il tutto però legato da un unico filo conduttore: portare umanità e speranza in un luogo disumano. Sono entrato varie volte all’interno del campo profughi, e quello che colpiva era proprio il silenzio, una sorta di cappa di rassegnazione che si estendeva al di sopra dei container. L’atteggiamento della polizia greca ci è apparso totalmente arbitrario e volubile, ai profughi (ufficialmente per contenere l’emergenza Covid-19) è consentito lasciare il campo una volta al giorno per non più di 3 ore, ma di fatto si entra e si esce a seconda della volontà del singolo poliziotto di guardia, un pomeriggio ad esempio hanno improvvisamente deciso di chiudere il campo, in altri giorni si poteva entrare ed uscire anche più volte al giorno. Tutte le persone che abbiamo incontrato lamentavano appunto questo senso di apatia, di “spossatezza mentale”, di lunghe ed inutili attese che fanno perdere le forze e la speranza di un futuro migliore. Un papà mi ha detto, che ricordo si porteranno dietro i miei figli di questo posto?

Proprio per questo, tutti i nostri sforzi sono stati profusi per diffondere simpatia, amicizia, umanità: in tanti ci hanno detto che siamo i primi ad essersi fermati ad ascoltare le loro storie, e che la nostra sola presenza gentile e discreta ha ridonato loro speranza ed entusiasmo. Noi volontari di Sant’Egidio, provenienti da tutta Europa (nella mia settimana c’erano persone dalla Slovacchia, dalla Repubblica Ceca e dalla Spagna, oltre che dall’Italia, studenti, pensionati, lavoratori, genti diverse ma unite dallo stesso spirito), abbiamo garantito una presenza di circa due mesi complessivi sull’isola, permettendo lo svolgimento continuativo di tutte le attività. E’ stato difficile trattenere le lacrime l’ultimo giorno, quando abbiamo consegnato gli attestati ai volontari, un elemento decisivo di questa estate di solidarietà a Lesbo: sono i 30 giovani - uomini e donne migranti, provenienti da paesi diversi che per tutto il tempo della nostra presenza sull'isola hanno aiutato gratuitamente alla "tenda dell'amicizia": non solo per servire un pasto caldo ma soprattutto, per aiutare a comunicare (in farsi o in arabo) con i profughi. A tutti loro, al termine delle attività, durante una serata animata da canti e balli, è stato consegnato un attestato di riconoscimento per il lavoro svolto insieme. Aiutare gli altri restituisce dignità e rende felici. Al termine di queste giornate, non posso che associarmi all’appello recentemente lanciato dalla Comunità di Sant’Egidio rispetto alla questione afghana.

Tre le proposte lanciate dal presidente Marco Impagliazzo:
- sospendere tutte le espulsioni già decretate dai paesi europei.
- superare il criterio di inammissibilità derivante dal principio del paese terzo sicuro (la Turchia) applicato in Grecia per i cittadini afgani. Nei campi, nelle isole e nelle città greche ci sono oggi migliaia di afgani le cui domande, sulla base di questo principio, non potranno nemmeno essere presentate.
- riesaminare le domande rigettate, in considerazione della grave situazione afghana

L’ultimo giorno, prima della partenza, siamo stati nel campo per salutare alcune famiglie, tra cui quella di Amira e Laktar (nomi di fantasia), due dei volontari che ci hanno aiutato assiduamente. Due domande di asilo rifiutate, una famiglia di 5 persone che al momento è bloccata, non può tornare indietro e non può andare avanti, in una attesa snervante senza prospettive. Non vi lasceremo soli, ci rivedremo, non so dove e quando ma ci rivedremo, in un posto migliore.

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