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Francesco e la preghiera

Spezzati per scelta

di Michele De Gregorio

La prossimità fraterna vissuta da Francesco non è uno sforzo di volontà. Non è neanche una ricetta ben calibrata o un’equazione matematica. Niente di tutto ciò. Il suo stile è il frutto di una relazione profonda e visibile con il suo Dio. Una relazione intima che lui custodiva gelosamente e che restituiva senso e sapore ai suoi giorni, donandogli uno sguardo nuovo sulla vita e sui fratelli. Tommaso da Celano, nella sua seconda biografia, descrive questa relazione intima con parole decise e vibranti:

[Francesco] cercava sempre un luogo appartato dove potersi unire, non solo con lo spirito, ma con le singole membra al suo Dio. E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola con il mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica per non svelare la manna nascosta. Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto dello sposo: così poteva pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave (2Cel 94: FF 681).

Sono parole davvero eloquenti, che descrivono la sua relazione con Dio come una discreta ricerca di intimità da proteggere. Come in una cella di un convento (che spesso era una grotta di montagna), o come l’angoletto di una nave: non si tratta del nascondimento di qualcuno che si vergogna, ma la riservatezza di chi ha imparato a proteggere un incontro scarnificante che dà vita ai propri giorni. E allora è esattamente in questo cantuccio della nave del suo cuore, in questa piccola stanzetta fatta di tessuto che Francesco impara ad abitare profondamente le proprie incongruenze davanti a Dio. Questo è il suo segreto, questa è la vera motivazione per cui poi riuscirà ad accogliere le nudità degli altri, dando corpo ad una fraternità fragrante e ricca di dolci assurdità illogiche – proprio quelle dei suoi fratelli, quelli di cui non sapeva che cosa fare (cfr 2Test 14: FF 116).

Francesco, con tutta la concretezza delle sue fragilità umane, ci insegna la capitale importanza di coltivare una relazione con Dio. Ma non solo. Si tratta anche di conservare gelosamente un’area di libertà intima assoluta, dove nessuno può accedere senza essere invitato esplicitamente. Mi piace vederla come una zona di frontiera: totalmente intima (perché sottratta allo sguardo altrui) ma totalmente aperta e consegnata alla Sua presenza. Oggi siamo veramente bombardati da connessioni di ogni tipo, siamo sempre disposti ad essere rintracciabili in ogni momento, nonché invitati ad una violenta trasparenza: Francesco ci indica l’importanza di avere un luogo segreto, una frazione intima dove essere spezzati (per scelta) solo per la Sua presenza – e non spezzati dalle cose che ci succedono. Questo cantuccio privato, questa manica che ricopre il nostro volto, non è una fuga dal mondo, bensì il necessario polmone che ci fa restare integralmente umani senza perdere la capacità di guardare ai fratelli con benevolenza. Senza questo spazio di intima solitudine, il servizio ai fratelli rischia di diventare uno sforzo che ci lascia senza fiato. Un’apnea mortale.

Lo stile di Francesco sembra dirci che la qualità del nostro stare al mondo e nelle nostre relazioni dipende direttamente dalla qualità del nostro stare da soli. Non è assolutamente un paradosso: solo coltivando quel cantuccio di nave interiore, quella manica sugli occhi – sottraendoci per un istante alla pretesa di essere sempre visibili e rintracciabili – abbiamo la possibilità di ricaricare quel serbatoio di benevolenza necessario per accogliere le fragilità altrui. È una sfida che vale la pena correre.


Michele De Gregorio

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